Camici Araldo

L’opera di ogni artista deve essere necessariamente considerata nella sua totalità per poterne cogliere il percorso artistico e la personalità nel suo complesso; questo assunto vale anche per Araldo Camici per il quale la pittura non può certamente considerarsi un fenomeno statico e fugace ma al contrario un incantevole stato vitale che perdura dal 1970 anno in cui entra ufficialmente a far parte del contesto pittorico livornese pur rimanendo un artista sui generis.

Camici è senza dubbio un artista senza tempo e fuori da ogni convenzione ma a cui ognuno di noi potrebbe sentirsi affine per la sincerità, per la delicatezza e per il rapporto di simbiosi tra poesia e realtà che esprime attraverso la sua forma d’arte.

Affascinato dal colore di ogni sua veste, l’artista sperimenta liberamente le sue eccezionali capacità tecniche riuscendo a sviscerare il suo intimo animo pittorico.

Nasce così il meraviglioso “mondo” di Araldo Camici sempre al limite tra il figurativo e l’informale nel quale si evidenzia una forte personalità che lo rende unico nel suo genere; ci troviamo di fronte ad una visione suggestiva di luci e colori in un rapporto tra forme e volumi misurato da un’ottica serena e poetica. In ogni opera dell’artista sentiamo la profondità della sua anima, la sua pacatezza, la sensibilità, la sua purezza, elementi che affratellano i sui più intimi pensieri armonicamente in sintonia con la lirica di un mondo fatto di sfumature.

La sua arte risulta coraggiosamente sincera grazie alla sua tavolozza ricca di effetti cromatici; a mio avviso la chiave di lettura dell’epoca di Camici sta nella sua capacità di miscelare il suo amore per la pittura con quello per la natura, in senso lato, attraverso una vincente congiunzione coloristica.

Tra i suoi soggetti preferiti troviamo i fiori dai colori puri e accesi, ma non disdegna anche le tinte tonali, nella costante ricerca delle varie nuance, soprattutto quando si distacca da queste nuove immagini floreali e porta la sua ottica emotiva altrove.

L’attività artistica di Araldo Camici non si consuma però dal vero, il suo sguardo fulmineo sul mondo è solo un tramite emozionale tra il mondo della sua anima ed i suoi strumenti di lavoro che ricompone pacatamente nel suo studio; egli rielabora la realtà con estremo potere di sintesi, le forme avvolgenti e sensuali si confondono e di integrano con lo sfondo che le circonda tanto è profonda la loro dissolvenza.

L’altra qualità di linguaggio di quest’artista testimonia una lunga e soave meditazione e la necessità di esprimere con vigore le sue emozioni, si scopre così una pittura silenziosa, intimistica e l’osservatore è conquistato dalla delicata accoglienza delle sue opere.

Camici possiede una grande conoscenza e abilità in tutte le tecniche da lui praticate nella pittura così come nel disegno e ne dà prova quando, ammaliato da una figura o semplicemente da un volto ne riproduce una sua immagine grafica dimostrando le sue indubbie capacità, mantenendo un impianto armonioso ed un linguaggio morbido, soave, poetico.

Numerose le pubblicazioni che si sono occupate della sua pittura (Il Telegrafo, Il Tirreno, La Ballata, Livorno Non stop, Virtù degli artisti labronici, Arte a Livorno…e oltre il confine, ecc.)

Tra i vari commenti critici ricordiamo quelli di Jolanda Pietrobelli, Fosco Monti, Dino Pasquali, giuliana Matthieu, Mario Michelucci, Brunello Mannini, mauro Barbieri, Araldo Rosini, Alberto Zampieri e Alessandra Rontini).

Alessandra D.ssa Rontini

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Immaginate di compiere un viaggio a ritroso nella storia dell’arte moderna partendo dal punto più estremo, ovvero quello in cui ogni linguaggio forma­le, ormai definitivamente frantumato e disperso in mille diverse direzioni, abbia del tutto perduto la sua funzione originaria. Vi muoverete in una sorta di labirin­to dove poco a poco comincerete a decifrare segni, a riannodare fili spezzati, ri­percorrendo il cammino tortuoso e problematico tracciato dall’arte di questo seco­lo.

Ebbene, questa avventurosa esplorazione alla ricerca delle proprie matri­ci culturali rappresenta in qualche modo ciò che nella pratica artistica ha compiu­to in questi anni Araldo Camici.

I suoi esordi sul versante dell’informale, spesso caratterizzati da una fortissima componente materica, veri e propri trionfi del colore, hanno infatti pro­gressivamente lasciato il posto ad un figurativismo del tutto personale che conser­va inalterate le tracce di quell’esperienza.

Le immagini emergono a fatica dalle profondità di un magma bollente, denso di colore, che sembra volerle costringere ancora nel suo indistinto fluire. La natu­ra morta, ad esempio, è uno dei temi classici della storia dell’arte che il pittore affronta in un rapporto col vero del tutto atipico. Oggetti, piani e spazio formano un tutt’uno compatto e difficilmente scindibile, come se l’immagine che prende for­ma davanti ai nostri occhi fosse il risultato di un momentaneo rapprendersi della materia, pronta a dissolversi appena un attimo dopo risucchiata nel gorgo inarresta­bile del colore. Anche nei paesaggi, dove la tessitura pittorica ha un respiro più ampio e il colore è più steso, ciò che costruisce il quadro è l’insieme delle rela­zioni interne al dipinto stesso che, in quanto pura invenzione di colore, riafferma la propria autonomia, il suo esistere come oggetto. Il rinviare ad altro diven­ta quindi più un gioco allusivo che non una volontà di rappresentazione.

Un percorso coerente, quindi, quello di Ardido Camici che, pur attraver­sando ambiti artistici differenti, ha saputo mantenere una propria impronta lingui­stica ubbidendo ogni volta a quella esigenza espressiva che rappresenta la fonte primaria della sua ispirazione.

Mario Michelucci